L’hai provato mille volte ma non sapevi come chiamarlo: l’Effetto Zombie della realtà digitale

Quella foto perfetta di un hotel che dal vivo delude, l’avatar che non somiglia al suo creatore, l’app che promette semplicità e invece frustra oppure una bella ragazza su Tinder che però non è come sembrava: esperienze comuni che condividono un meccanismo preciso. Il filosofo Ivan Mikirtumov lo ha chiamato Effetto Zombie, e studiarlo potrebbe aiutarci a capire qualcosa di importante su come viviamo oggi.

Quando le immagini ingannano e la mente fa un salto che non ti aspetti: ecco l’Effetto Zombie

L’effetto zombie descrive l’ansia sottile che si prova quando una rappresentazione digitale viene smentita dalla realtà. Mikirtumov, direttore del Dipartimento di Filosofia della Scuola Superiore di Economia di San Pietroburgo, ha coniato questo termine dopo anni di ricerche condotte insieme al Laboratorio di Teoria Critica della Cultura dell’HSE, analizzando come social network e interfacce digitali modifichino la psiche quotidiana.

Il meccanismo scatta sempre nello stesso modo: quella che il filosofo chiama “realtà morta“, cioè la versione digitalizzata di qualcosa, si rivela improvvisamente diversa da ciò che ci aspettavamo. Un profilo social costruito con cura che non corrisponde alla persona reale, un’interfaccia che dovrebbe semplificare tutto ma si comporta in modo imprevedibile.

In ogni caso la promessa dell’immagine si infrange contro l’esperienza concreta, generando una tensione emotiva che secondo i ricercatori sta diventando un tratto distintivo della vita contemporanea.

mani di persone mentre stanno usando degli smartphone probabilmente su un treno

Il fenomeno racconta però qualcosa di più profondo sul modo in cui elaboriamo le emozioni. La cultura classica puntava alla catarsi, quella liberazione emotiva che si ottiene attraverso l’empatia e l’identificazione con le esperienze altrui.

Oggi invece domina quello che Mikirtumov definisce “cauteriasmo“: un processo in cui le emozioni vengono convertite all’istante in simboli digitali (like, condivisioni, commenti) prima ancora di essere comprese davvero. Una sorta di anestesia emotiva che lascia un vuoto, e l’effetto zombie non fa che amplificarlo…che sia il primo passo per diventare meno intelligenti?

Da qui emerge il paradosso della solitudine online. La comunicazione digitale è abbondante, a tratti perfino invadente, eppure spesso manca di intimità reale. Si parla (o si scrive?) tantissimo per farsi notare, si sente poco per mettersi nei panni degli altri e ascoltare. E più ci si abitua a interagire attraverso schermi e icone, più cresce una distanza emotiva che spesso non riconosciamo nemmeno in noi stessi.

il volto di un uomo con le sopracciglia aggrottate mentre guarda uno smartphone nel buio

Questa dinamica spiegherebbe anche un fenomeno culturale apparentemente scollegato: la passione crescente del pubblico per sequel e remake nel cinema e nei videogiochi. Secondo i ricercatori, più l’ansia digitale aumenta, più tendiamo inconsciamente a evitare il nuovo. La familiarità di una storia già vista offre una sensazione di controllo, un porto sicuro dentro l’incertezza dell’esperienza digitale quotidiana.

Eppure l’effetto zombie ha anche una funzione utile. Un livello moderato di questa ansia ci ricorda che le strutture virtuali restano fragili, che i servizi e le piattaforme da cui dipendiamo possono crollare da un momento all’altro.

In ogni caso, la ricerca proseguirà fino al 2027, con un focus sulla trasformazione dell’identità nelle interazioni online. Gli studiosi vogliono capire come muta la percezione di sé quando il confine tra esperienza reale e copia digitale diventa quasi invisibile.

E qui sorge spontanea una domanda: cosa succederà quando l’effetto zombie smetterà di essere una sensazione occasionale e diventerà il nostro stato emotivo predefinito?

Gianluca Cobucci

La sua vita è cambiata quando ha letto una frase di William Edwards Deming: "Senza dati sei solo un'altra persona con un'opinione". Da quel momento ha iniziato a leggere e approfondire perché ha fame di conoscenza. Sa a memoria "Il Silmarillion" e cerca di diventare uno Jedi.
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