La promessa anni fa era semplice: l’intelligenza artificiale avrebbe liberato tempo, ci avrebbe fatto lavorare di meno e avrebbe rivoluzionato la nostra vita. Eppure i dati raccontano qualcosa di diverso. Chi usa l’AI al lavoro spesso lavora di più, e un recente studio (“AI and the Extended Workday: Productivity, Contracting Efficiency, and Distribution of Rents“) lo dimostra con numeri precisi.
Quando l’intelligenza artificiale entra in ufficio succede qualcosa di inatteso
Già nel 1930 l’economista John Maynard Keynes aveva immaginato un futuro in cui la produttività avrebbe ridotto la settimana lavorativa a 15 ore entro il 2030. L’AI sembrava il capitolo finale di quella traiettoria: strumenti capaci di automatizzare, analizzare, decidere al posto nostro. Il sogno del tempo libero tornava a sembrare raggiungibile.
Non è andata così. E la cosa interessante è che non si tratta di un caso isolato o di un effetto temporaneo, bensì è un pattern che si ripete ogni volta che arriva una grande tecnologia: la promessa della liberazione, seguita dall’intensificazione del lavoro. È successo con l’elettricità, con Internet, sta succedendo con l’AI.
Ogni volta che la produttività aumenta, il tempo guadagnato non finisce nel tempo libero. Finisce in altro lavoro.

Lo studio di Wei Jiang, Junyoung Park, Rachel Xiao e Shen Zhang ha analizzato quasi vent’anni di dati dell’American Time Use Survey, incrociandoli con brevetti AI e descrizioni di centinaia di professioni. L’obiettivo era capire come l’intelligenza artificiale cambia concretamente la giornata lavorativa.
Il risultato? Tra il 2004 e il 2023, i lavoratori nelle professioni più esposte all’AI hanno accumulato in media 2,2 ore di lavoro in più a settimana rispetto ai colleghi meno coinvolti. Dopo il lancio di ChatGPT, da tanti criticato poco dopo il suo arrivo, alla fine del 2022, l’effetto si è ulteriormente amplificato: analisti, consulenti finanziari, esperti di logistica hanno registrato circa 3,15 ore aggiuntive ogni settimana.
Tre ore in più, ogni settimana, mentre ci veniva “promesso” il contrario. Insomma, c’è stato un paradosso che nessuno ha raccontato, o peggio ancora, nessuno ha previsto.
Dobbiamo fare una distinzione che il dibattito pubblico tende a ignorare. Non tutta l’AI funziona allo stesso modo. Da un lato c’è l’AI che complementa il lavoro umano, rendendo più efficienti manager IT, analisti, tecnici. Dall’altro, quella che sostituisce attività intere, come per gli addetti al data entry o i cassieri.

Per il primo gruppo la trappola è sottile: l’AI ti rende più produttivo, quindi ogni tua ora vale di più, quindi ci si aspetta di più da te. Spesso gli stipendi aumentano, ed è qui che scatta il meccanismo economico: quando il lavoro diventa più remunerativo, molti scelgono razionalmente di lavorare di più per guadagnare di più. È un comportamento comprensibile a livello individuale. Collettivamente, però, genera una spirale difficile da invertire.
Il secondo meccanismo è ancora più sottile: il monitoraggio algoritmico delle performance. Tempi di risposta, quantità prodotta, confronto continuo coi colleghi. Quando ogni attività è misurabile in tempo reale, rallentare diventa quasi impossibile. Non a caso, questo effetto non si riscontra tra i lavoratori autonomi: la sorveglianza, più della tecnologia in sé, sembra essere il vero motore dell’intensificazione.
Chi incassa davvero i guadagni di produttività?
È la domanda che dovremmo fare più spesso. Le recensioni dei dipendenti su Glassdoor, uno dei più grandi siti al mondo per la ricerca di lavoro, mostrano una correlazione chiara: alta esposizione all’AI corrisponde a minore soddisfazione lavorativa e peggior equilibrio tra vita privata e professionale.

I guadagni ci sono ma tendono a finire alle aziende e ai consumatori, sotto forma di servizi migliori o prezzi più bassi, non nelle ore libere di chi lavora.
E questo non è un dettaglio tecnico. È una questione di potere: dove i lavoratori hanno scarso peso negoziale, l’efficienza generata dall’AI si trasforma in aspettative più alte, non in pomeriggi liberi. La tecnologia, da sola, non redistribuisce nulla: amplifica le strutture di potere esistenti.
L’impatto dell’AI sul lavoro non è scritto. Dipenderà da come le aziende sceglieranno di usare queste tecnologie e da quali regole i mercati del lavoro sapranno darsi. Senza contrattazione collettiva, senza regolamentazione, senza decisioni deliberate su come distribuire i benefici della produttività, il rischio concreto è che l’intelligenza artificiale diventi semplicemente uno strumento per estrarre più lavoro dagli stessi lavoratori.
Lavorare meglio e lavorare meno restano, per ora, due cose ben distinte.






