È uno degli oggetti più banali che esistano: la usiamo, la dimentichiamo in macchina, ne accumuliamo una ventina sotto il lavello. Eppure la borsa della spesa ha una storia sorprendente, fatta di brevetti rubati, buone intenzioni finite male e studi scientifici che smontano parecchie delle nostre certezze. Per esempio: lo sapevate che il sacchetto di plastica è nato per proteggere l’ambiente?
Margaret Knight, l’inventrice che dovette dimostrare di esserlo
Partiamo dalla carta. Fino alla seconda metà dell’Ottocento i sacchetti di carta erano poco più che buste piatte: non stavano in piedi e contenevano poco. A cambiare le cose fu Margaret Knight, nata nel 1838 nel Maine, che dal 1867 lavorava in una fabbrica di sacchetti a Springfield, nel Massachusetts. Knight progettò una macchina capace di tagliare, piegare e incollare automaticamente la carta formando un fondo piatto e squadrato: lo stesso sacchetto che ancora oggi vediamo nelle panetterie e nei film americani.
La storia però non finisce qui. Mentre in un’officina di Boston veniva costruito il prototipo in ferro, un uomo di nome Charles Annan vide il progetto, lo copiò e cercò di brevettarlo a suo nome. Quando Knight lo sfidò, la sua difesa fu semplice e rivelatrice: una donna non poteva aver capito una macchina così complessa. Knight rispose portando disegni, appunti e modelli fatti di suo pugno, e vinse. Il brevetto le fu concesso l’11 luglio 1871. Nel 2006 è entrata nella National Inventors Hall of Fame degli Stati Uniti.
Il sacchetto di plastica, nato per salvare gli alberi
Facciamo un salto nella Svezia di fine anni Cinquanta. L’ingegnere Sten Gustaf Thulin, che lavorava per l’azienda Celloplast, trovò un modo semplicissimo per fabbricare una borsa in un unico pezzo: piegare, saldare e tagliare un tubo di plastica. Celloplast brevettò il design in tutto il mondo nel 1965, e nel giro di pochi decenni il sacchetto di plastica conquistò i supermercati.
Il dettaglio sorprendente riguarda le intenzioni. Secondo il figlio, Raoul Thulin, il padre lo pensò come un’alternativa ai sacchetti di carta, che richiedevano di abbattere alberi: una borsa robusta, da usare per anni. Lui stesso ne teneva sempre una piegata in tasca. “Per mio padre l’idea che la gente semplicemente le buttasse via sarebbe stata assurda”, ha raccontato Raoul alla BBC nel 2019. Il problema, quindi, non è nato con l’oggetto, ma con l’abitudine di usarlo una volta sola.
L’idea di Thulin, una borsa fatta per durare e da portarsi dietro ogni volta, oggi è tornata di moda in un’altra forma: le shopper riutilizzabili che negozi, librerie, fumetterie, associazioni e piccole imprese regalano ai clienti con il proprio logo stampato sopra. Un oggetto utile viene usato a lungo, e ogni volta porta con sé il nome di chi l’ha regalato. Se avete un’attività e state pensando a qualcosa del genere, scopri le borse per la spesa personalizzate per la tua azienda: l’importante, come vedremo tra poco, è sceglierne una che le persone abbiano voglia di riusare davvero.
Il paradosso della borsa di cotone
Arriviamo a oggi, alle shopper di cotone, simbolo della spesa “green”. Qui la scienza riserva una sorpresa. Nel 2018 l’Agenzia danese per la protezione dell’ambiente ha pubblicato uno studio molto citato che confronta l’impatto ambientale dei diversi tipi di borsa lungo tutta la loro vita, dalla produzione allo smaltimento. Il punto di riferimento è il classico sacchetto di plastica sottile, riusato almeno una volta come sacco per la spazzatura.
Il risultato? Una borsa di cotone, per pareggiare i conti con il sacchetto di plastica solo per quanto riguarda le emissioni che scaldano il clima, va usata almeno 52 volte. Se si considerano tutti gli effetti sull’ambiente (consumo d’acqua, uso del suolo, sostanze inquinanti e così via) il numero sale moltissimo, fino a cifre di migliaia di utilizzi. Una precisazione: quelle cifre enormi dipendono soprattutto da un singolo indicatore, e non vanno prese alla lettera. Il messaggio di fondo però è chiaro: produrre una borsa di cotone costa molto all’ambiente, e per ripagare quel costo bisogna usarla tantissimo. Curiosamente, nello studio il cotone biologico esce perfino peggio, perché si assume che le coltivazioni rendano meno.
Conclusioni simili erano emerse da una ricerca dell’Agenzia per l’ambiente britannica, secondo cui un sacchetto di carta va usato almeno 3 volte e una borsa di cotone almeno 131 per essere più ecologici di un sacchetto di plastica riciclato.
E in Italia?
L’Italia su questo fronte si è mossa presto. Dal 1° gennaio 2011 è vietato vendere sacchetti per la spesa non biodegradabili, e dal 1° gennaio 2018 anche i sacchetti ultraleggeri, quelli per frutta e verdura, devono essere biodegradabili e compostabili e vanno pagati, con il prezzo indicato sullo scontrino. Regole che hanno ridotto i sacchetti usa e getta in circolazione, ma che hanno anche spinto molti di noi verso le borse riutilizzabili. Che, come abbiamo visto, funzionano solo se le riutilizziamo davvero.
Quindi, qual è la borsa più ecologica?
La risposta degli studi è quasi deludente nella sua semplicità: la borsa più ecologica è quella che avete già e che continuate a usare. Non conta tanto il materiale, quanto il numero di volte che una borsa torna al supermercato prima di finire nella spazzatura.
Per questo la qualità conta più di quanto sembri: una shopper robusta, comoda e bella da vedere ha molte più probabilità di essere usata per anni rispetto a una che lasciamo in fondo a un cassetto. E allora la prossima volta che uscite per la spesa, prima di comprarne un’altra, aprite quel cassetto sotto il lavello. Thulin, con il suo sacchetto piegato in tasca, sarebbe d’accordo.






