Disclosure Day, recensione: un film che va ascoltato con il cuore

Attenzione, contiene spoiler: leggere solo dopo la visione del film

Steven Spielberg ritorna sul grande schermo con Disclosure Day, un nuovo film sul tema della presenza extra-terrestre sulla Terra. Si badi tuttavia che non si tratta di un “film sugli alieni” o come similmente potremmo generalizzare quando si tratta di questo tipo di produzione. Il titolo la dice lunga sull’opera del regista americano, è il giorno della rivelazione: immaginate adesso un’enorme strizzata d’occhio proiettata sullo schermo di una sala. Azzardando, potremmo dire sia un lungometraggio quasi documentaristico, dato la mole di teorie ed easter egg tratti proprio da quelle culture cospirazioniste tanto discusse negli States. Non sorprende neanche troppo siccome Spielberg ha già storicamente condiviso la sua posizione in merito; Incontri ravvicinati del Terzo Tipo non lasciava dubbi a riguardo, tra l’altro sembrerebbe sia notoriamente accettato come miglior conspiracy-movie sugli UFO di tutti i tempi. Un dettaglio importante che dimostra quanto la sua ossessione, se così può definirsi, per l’argomento, sia ampiamente condivisa da un pubblico altrettanto esteso ed eterogeneo dato che ormai sono 20 anni che l’autore non riprende il discorso e quando lo fa, è in grado di far alzare le chiappe a un quantitativo di essere umani tale da battere del 25% in più le aspettative iniziali di incasso in apertura (44 milioni di dollari in totale). Successo commerciale da un lato, che giustamente vuole la sua parte, l’opera si è subito rivelata divisiva sul web (chi l’avrebbe mai detto?!?), ma ormai è questo quello che accade puntualmente sui social dove non bastano più i fatti, e una storia che parla neanche troppo velatamente di empatia, e davvero poco di alieni se proprio dobbiamo citarne un difetto, che per alcuni arriva persino a risultare come “insulsa” e “banale” (leggere la sezione commenti di alcuni post di settore è sufficiente per imbattersi in opinioni simili).

Non potendo rimanere ignavi di fronte l’argomento, ci sono alcuni spunti su cui potrebbe valere la pena riflettere per non commettere l’errore di ripetere un’ennesima iperbole. Questo film non fa cà, è sicuramente un prodotto commerciale (qualcuno direbbe “americanata”) ma Spielberg ci ha abituato a trovare del bello, e un significato, anche dal dover fuggire da un’autocisterna impazzita. Per questo è stato davvero interessante scovare gli elementi di semplice scambio con lo spettatore: il simbolismo di Spielberg è immancabile in ogni suo lavoro che come sappiamo, si basa sull’innocenza infantile, sulla materializzazione visiva della paura e della meraviglia. Quest’ultima, nel nostro caso, è proprio il velo che fa da filtro a tutto Disclosure Day, quella sensazione di stupore di fronte all’ignoto gradualmente spiegato attraverso un crescendo sospeso tra la suspence di un inseguimento a quello di una ricerca (della verità), rappresentata proprio dalle sfide affrontate dai protagonisti che alla fine si incontrano, scoprendosi un ponte tra l’ignoto e la consapevolezza: “non siamo soli”, come recita una delle giornaliste nelle scene finali.

Probabilmente però, “non siamo soli” non è solo lo slogan di coloro che attendono trepidanti il giorno che la verità della presenza aliena venga pubblicamente diffusa. Questo è solo uno degli indizi lasciati come le briciole per lasciare la casa di Hansel e Gretel, anch’essa e non caso citata durante uno degli atti risolutivi, nonché climax dell’intero svolgimento, quando Margaret, una magistrale Emily Blunt, ricorda finalmente dove tutto è iniziato. I nodi si sciolgono, la consapevolezza riemerge, rivivendo lo stringere la mano di qualcuno, uno spaventatissimo Daniel (Josh O’Connor) quando da bambini condividono un’esperienza di rapimento.

disclosure day rapimento

In questa situazione, i protagonisti ricevono le capacità, in modo diverso, di comunicare con questi esseri di un altro mondo. Margaret è in grado di leggere le necessità delle persone con cui interagisce, questo parrebbe il motivo per cui è in grado di tranquillizzare Daniel durante l’abduction. Mentre quest’ultimo ottiene l’abilità di comprendere il linguaggio basato su sequenze numeriche degli alieni, cosa che durante la sua vita adulta lo avvicina al mondo dell’informatica con grande successo fino al punto di ri-scoprire da solo i segreti dell’organizzazione per cui lavora: 79 anni di insabbiamento della presenza extraterrestre sul suolo americano.
Diventando disertore insieme a Hugo (Colman Domingo), inizia la battaglia contro la Wardex decidendo che il mondo deve finalmente sapere la verità.

Il film si configura così come il viaggio di queste due entità assopite dalle proprie rispettive realtà, Daniel e Margaret, da cui gradualmente escono affrontando una serie di ostacoli principalmente dovuti all’organizzazione capeggiata da un cattivo-non cattivo, Noah, interpretato da un carismatico Colin Firth, il quale compone un trio (quartetto se pensiamo anche a Jane) forse non previsto dagli spettatori ma che smaschera il messaggio del film nella sua completezza. Perché per quanto se ne legga sulla presunta incompetenza della fazione cattiva, non si tiene in conto forse che per il compimento del piano, Noah ricopre il ruolo più importante di tutti: il redento. Come si vede, cerca di sabotare a tutti i costi il tentativo di divulgazione dei contenuti rubati da Daniel, così dopo un bellissimo confronto (verbale) con Hugo, Noah si riscopre esattamente come gli altri protagonisti. Questo antagonista non è malvagio, si è chiuso, ha spento il suo cuore a causa di un lutto; ed è qui che una volta uscito dai propri schemi, abbandonando la propria casa della strega, comodamente si siede su una poltrona, intento a godersi lo spettacolo non in modo inerme ma diventandone fruitore attivo: un vero e proprio ascoltatore. Può interrompere la diretta dell’emittente in Kansas dove Margaret lavora come meteorologa, ma più semplicemente decide di lasciar andare ciò che lo aveva trattenuto per tutto questo tempo: la paura dell’accettazione e dell’ignoto. E con essa lascia correre anche la diretta: il mondo finalmente sà!

Signori, questo film non parla di ufo e alieni. Continua a parlare solo ed esclusivamente di noi. Certo, sarebbe bello se un giorno scoprissimo di poter giocare con un’altra civiltà… Ma nel frattempo sarebbe meglio realizzare che ciò che vale per un primo contatto con un’extraterrestre è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno per conoscere meglio noi stessi – e il nostro prossimo.

disclosure day animali

In particolar modo, altre briciole lasciate qui e là, ci fanno ragionare sull’introspezione del film attraverso Jane (Eve Hewson), che vive la sua crisi di identità parallelamente agli altri del cast. La sua vita viene sconvolta ancor prima dell’atto finale quando fuggitiva insieme a Daniel, inizia a domandarsi cosa spinge un’organizzazione come la Wardex a voler morto il suo compagno. La risposta è subito servita: ci sono esseri “supremi”, come li definisce lei stessa, sulla Terra. Cosa potrà mai significare per una persona devota religiosamente come lei? Ebbene, ciò che sembrerebbe sminuire secoli di dottrine in realtà le rafforza, nella condivisione del medesimo intento: conoscere meglio se stessi e gli altri, in una missione per maggior empatia lanciata migliaia di anni fa e tutt’oggi assente in ambienti socio-politici precari o in crisi, non a caso ripresi nel film come contesto di sfondo. Bellissima anche la scena in cui Jane riesce a sbrigliarsi dal controllo mentale di Noah, infliggendosi una ferita con il suo Crocifisso.

Ultimo ma non ultimo il riferimento al nostro mondo. Gli alieni si manifestano ai protagonisti, anche da bambini, sotto le spoglia di animali con l’intento di presentarsi in maniera più familiare. Tuttavia, è quasi un peccato nessuno si sia accorto dell’analogia alieni-animali quando in uno dei filmati che Daniel mostra a Jane c’è una sequenza in cui un extraterrestre viene vivisezionato – e non sembra affatto un essere supremo. La similitudine dell’accaduto con le sperimentazioni animali è estremamente vivida e forse uno dei momenti più alti del film. Un indizio che ci porta a vedere gli alieni più marginalmente e solo come pretesto narrativo per lo scopo del film. Alla fine, dettaglio che rimarrà in molti, il tocco finale per una conclusione solo apparentemente aperta: letteralmente un “grigio anziano” si palesa dopo la diffusione dei filmati e sussurra qualcosa nell’orecchio di Daniel. I suoi modi sono amichevoli nonostante sia notevolmente debilitato nei movimenti e scortato con sedia a rotelle. Daniel riferisce a Margaret e prima che possa proferire altre parole oltre all’ormai famoso “ascoltate!“, cala il sipario.

Ebbene, se avete ascoltato, anche se sarebbe meglio dire “letto” oltre la superficie, questo film potrebbe avervi regalato qualche momento di pura riflessione. Incentivata tra le altre cosa da una colonna sonora gentile ed emozionante di John Williams come ci mancavano da tanto. Ascoltiamo e ascoltiamoci: perché non siamo soli, alieni o meno.

Dave

Atipico consumatore di cinema commerciale, adora tutto quello che odora di pop-corn appena saltati e provoca ardore emotivo. Ha pianto durante il finale di Endgame e riso per quello di Titanic. Sostiene di non aver bisogno di uno psichiatra, sua madre lo ha fatto controllare.
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