Carrie, la recensione della serie Prime: la gentilezza colpevole

Contiene spoiler

Cinquant’anni. Tanti ne sono passati da quando Brian De Palma ha rovesciato un secchio di sangue di maiale sulla testa di Sissy Spacek e sull’immaginario di intere generazioni. Da allora Carrie ha avuto un sequel dimenticabile, un film per la TV, un remake del 2013 con Chloë Grace Moretz e persino un musical. Sembrava non ci fosse più niente da spremere da quel romanzo d’esordio di Stephen King.

E invece arriva Mike Flanagan, l’uomo che con Hill House e Midnight Mass ci ha insegnato che l’horror è solo il modo più onesto di raccontare il dolore. Da ormai qualche settimana, ci ha portato su Prime Video otto episodi che ribaltano la domanda di sempre: non “cosa farà Carrie?”, ma “cosa le abbiamo fatto noi?”.

Carrie: trama e personaggi

La serie si apre dalla fine: chiamate al 911, la palestra della Ewen High School in fiamme, una città che si sgretola pezzo per pezzo. La catastrofe ci viene mostrata subito, come una profezia già compiuta. Non ci interessa sapere cosa succederà, perché lo sappiamo tutti. Ci interessa capire come ci siamo arrivati.

Carrie White (una Summer H. Howell semplicemente straordinaria) è cresciuta nascosta in casa con la madre Margaret (Samantha Sloyan altrettanto magistrale), lontana da tutto e da tutti. Per lo Stato non esisteva nemmeno. Poi il padre Ralph muore in un incidente sul lavoro e un giudice impone qualcosa di mai balenato in questa famiglia tanto autarchica: il liceo pubblico.

Intorno a lei si muovono i volti che conosciamo:

  • Chris Hargensen (Alison Thornton);
  • Sue Snell (Siena Agudong);
  • Tommy Ross (Joel Oulette);
  • Billy Nolan (Arthur Conti);
  • la professoressa Desjardin (Amber Midthunder) e il preside Grayle (Matthew Lillard).

Poi c’è la new entry Emaline (Thalia Dudek), una presenza misteriosa che, come vedremo nella serie, non si trova lì per caso.

un frame da Carrie di Mike Flanagan

La colpa di essere gentili

Ed ecco subito il punto. Carrie arriva a scuola da un ambiente asettico, sterilizzato dalla società. Non conosce le regole del branco, non sa che bisogna difendersi prima ancora di essere attaccati. È spalancata, curiosa, fiduciosa, gentile. E nel 2026 la gentilezza è un’anomalia.

Non a caso Carrie viene giudicata “insopportabile” quando nelle battute finali, Sue fa il resoconto della storia. Non perché faccia qualcosa di male, ma perché non fa niente di quello che fanno tutti. Non indossa l’armatura del cinismo. Ringrazia, sorride, crede alle persone. In un mondo in cui essere aspri è la norma, chi è buono diventa automaticamente diverso, e il diverso è il bersaglio perfetto.

Così ogni umiliazione viene filmata, condivisa, commentata. Chris che ha già perpetrato atti di bullismo contro la malcapitata, apre un profilo Instagram per deriderla, “CarrieRed” e diventa subito un caso mediatico. Non serve più uno spogliatoio con una manciata di compagne per umiliare qualcuno: oggi il pubblico è infinito e la ferita resta online per sempre. Il bullismo è diventato un processo automatizzato. Un account, un’etichetta, qualche centinaio di like e una persona smette di essere persona per diventare contenuto.

Il mondo la corrompe

Flanagan è bravissimo a mostrarci questa lenta trasformazione. Carrie non cambia di colpo, si corrompe, un giorno alla volta. Il mondo esterno la tocca, la sporca, le insegna le sue regole. È un mondo sempre più insensibile, in cui nessuno si guarda più negli occhi.

C’è una scena in particolare che vale la pena menzionare e racchiude perfettamente il leit-motiv della serie. Billy, il compagno di Chris, su un cavalcavia, tiene sospeso un mattone sopra le auto che passano. Dice che chi passa sotto dovrebbe ringraziarlo, perché lui ha scelto di non lasciarlo cadere. Esistono quelli che tengono i mattoni e quelli che passano sotto. È la logica di ogni bullo e di ogni prepotente, e per tutta la vita Carrie è stata convinta di essere quella che passa sotto.

Invece arriva la presa di coscienza, la più dolorosa di tutte: il mattone lo abbiamo tutti. Lei lo ha sempre avuto perlomeno. Ce l’aveva in mano mentre la deridevano, mentre la filmavano, mentre le appiccicavano addosso un’etichetta dopo l’altra. Semplicemente, non lo sapeva.

Vulnerabili sì, deboli no

Carrie ci dice qualcosa di scomodo. Nella vita siamo tutti vulnerabili: è la condizione umana, nessuno ne è esente. Ma essere deboli è un’altra cosa. Essere deboli è una scelta. È la scelta di abbassare la testa, di accettare che siano gli altri a decidere chi sei o cosa ti spetta.

Carrie sta reclamando i suoi diritti: il diritto di esistere, di essere gentile senza essere punita, di non essere ridotta a un meme. Quando, nell’ultimo episodio, sceglie cosa fare dell’auto di Chris e Billy, subito dopo crolla in un urlo disperato. È questo che la separa da chi l’ha tormentata: lei sente ancora. Questo spiega il conflitto nei confronti di sua madre che da protettrice sembra diventare piuttosto una carnefice, infatti fautrice non formalmente riconosciuta del mancato appacificarsi tra le due parti (Chris e Carrie).

Margaret, oh Margaret: la madre che ama davvero, o almeno crede di farlo. Margaret l’ha tenuta al riparo dal mondo, ma che l’ha anche lasciata senza difese. Una prigione con le pareti imbottite di preghiere e pregiudizi sul mondo esterno, dalla quale Carrie esce totalmente disarmata. Ma c’è tempo per realizzare che il male si insinua anche nelle parole più rassicuranti e nelle intenzioni più nobili: per questo, il vero scontro finale avviene paradossalmente proprio tra le mura di casa propria.

E quando Emaline, alla fine, le dice che il mondo le appartiene, quel sorriso sul volto di Carrie non è soltanto una minaccia. È la riconquista di qualcosa che le era stato tolto.

Uno sguardo indietro

Perché tutto sommato, di sguardi parla questa serie. Nel 1976 l’umiliazione di Carrie avveniva in uno spogliatoio, davanti a una manciata di compagne (non che fosse meno grave metaforicamente). Nel 2026, però, avviene davanti a tutti. Per sempre. Ogni risata viene filmata, ogni lacrima condivisa, ogni ferita diventa contenuto. Se per Sartre l’inferno erano gli altri, per Flanagan l’inferno sono gli altri con lo smartphone in mano. Non serve più un secchio di sangue per distruggere qualcuno: basta un account anonimo e qualche centinaio di like.

Inoltre, Flanagan fa una cosa che a qualcuno non è piaciuta (per The Atlantic la serie è “quasi troppo empatica” con i suoi personaggi) e che a me, personalmente, mi è sembrato invece l’elemento che arricchisce l’intera esperienza: non lascia nessuno senza una ragione. Chris è una bulla, certo, ma è anche una figlia che vede crollare il matrimonio dei genitori (o meglio, il loro fallimento come famiglia). Sue sbaglia, se ne accorge e prova a rimediare. C’è uno sviluppo per ognuno degli antagonisti ma ciò che rende Horror questa serie è proprio la mancata possibilità di redenzione. O forse dovremmo usare il termine troncata?
Un “mi dispiace” che arriva troppo tardi nei momenti di chiusura, spiega meglio di qualsiasi parola questa sensazione che ci accompagna fino all’ultimo episodio. Fa male quanto la possibilità che fosse veramente sentito, non avrà modo di esprimersi come spesso accade nella nostra fredda realtà dove i diritti sono calpestati quotidianamente e chi giudica, spesso lo fa in fretta e appannato dagli algoritmi che regolano il digitale.

E poi c’è Margaret. La Margaret di Samantha Sloyan non è il mostro biblico di Piper Laurie né quella di Julianne Moore. È peggio, perché ama davvero. O almeno crede di amare. La sua è una prigione di pregiudizi e affetto, il tipo di gabbia più difficile da riconoscere. Guardarla divide gli spettatori e allo stesso modo, divide ogni singolo spettatore: ha ragione, ma non ha ragione. E’ un’estremista, ma anche cauta e responsabile. Sa essere comprensiva, ma tira fuori gli artigli per ottenere ciò che ritiene giusto. Esattamente come le persone che attendono Carrie fuori dalla sua porta.

E infine, l’estensione narrativa di Flanagan: i prologhi degli episodi evocano Giovanna d’Arco e altre donne “dotate” (di poteri e potere) della storia. Arrivano Emaline (Thalia Dudek), personaggio nuovo, e una sorellanza di donne con capacità sovrannaturali, già suggerita da King.

carrie e margaret della serie Carrie

Chi sono i veri mostri?

Questa serie non parla solo di telecinesi. Ci dice che i mostri non sono solo quelli con i poteri. I mostri possono essere quelli che vivono attraverso uno smartphone, che guardano il dolore altrui senza battere ciglio, che hanno bisogno di un’etichetta per capire chi hanno davanti: la sfigata, la strana, l’insopportabile. Sono quelli che non sopportano e non accettano che esiste qualcuno migliore (o diverso) di loro, e si sentono al sicuro rimanendo esattamente dove sono: a crogiolarsi dietro autocommiserazione e mediocrità.

Conclusioni

E non è tutto oro quello che luccica. Dopo i primi due episodi diretti da Flanagan, la regia passa ad altre mani (Kate Siegel, Axelle Carolyn, Kyra Sedgwick, Hiromi Kamata) e la serie perde un po’ di coesione. Alcune sottotrame restano abbozzate. La storia della setta arriva tardi e si incastra a fatica, con qualche momento che sa più di Stranger Things che di King. Si sente chiaramente che Flanagan sta costruendo qualcosa di più grande, un suo Kingverse, tra strizzate d’occhio a Doctor Sleep e alla “luccicanza”. A volte però costruisce la casa a scapito delle stanze.

Ma restano una Summer H. Howell da applausi, una Samantha Sloyan da incubo e un messaggio che fa male proprio perché è vero. Carrie è una di quelle serie che va sentita più che guardata. Non ci chiede di avere paura di lei, ci chiede di avere paura di ciò che siamo diventati e come ci guardiamo l’un l’altro.

E allora la prossima volta che qualcuno vi sembra “insopportabile” solo perché è gentile, fermatevi un attimo. Guardatevi le mani. Magari il mattone ce l’avete voi.

Dave

Atipico consumatore di cinema commerciale, adora tutto quello che odora di pop-corn appena saltati e provoca ardore emotivo. Ha pianto durante il finale di Endgame e riso per quello di Titanic. Sostiene di non aver bisogno di uno psichiatra, sua madre lo ha fatto controllare.
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