Nelle fiere italiane del fumetto c’è uno spazio molto ambito sia da espositori che da clienti: la selfarea, l’area delle autoproduzioni. Da qualche settimana è al centro di un dibattito che tocca diritto dei consumatori, diritto d’autore e perfino la tradizione giapponese dei dōjinshi. Tutto nasce da una domanda in apparenza semplice: che cosa si può vendere, e come lo si può presentare, in uno spazio dedicato a chi crea con le proprie mani?
Selfarea e Artist Alley: di cosa parliamo
Quasi tutte le grandi fiere del fumetto dividono i propri spazi in due mondi. Da una parte ci sono i padiglioni commerciali, con editori, negozi e merchandising ufficiale. Dall’altra le aree riservate agli autori, che a seconda della manifestazione si chiamano Self Area, Artist Alley o Area Small Press.
Le regole cambiano da fiera a fiera. Per fare un esempio, il regolamento della Self Area di Romics la definisce uno spazio espositivo dedicato a fumetti, illustrazioni e giochi autoprodotti, e per essere ammessi chiede di aver già autoprodotto almeno un volume. Si possono vendere albi, sketch, tavole originali e gadget ispirati alle proprie opere o a fan art. Il tavolo si paga, e chi lo occupa di solito vive (o prova a vivere) di quello che vende.
Per il pubblico questo cambia molto. Chi compra una stampa in selfarea di solito non cerca solo l’oggetto: vuole sostenere direttamente la persona che l’ha disegnata.
Cosa è successo
A inizio settembre di quest’anno, in una fiera italiana dedicata a fumetti e cultura pop, alcuni banchi dell’area autoproduzioni esponevano stampe e merchandising generati con software di intelligenza artificiale. Almeno in un caso i prodotti erano presentati come realizzati a mano. Secondo Mondo Japan, fino a quel momento i contenuti generati si erano visti soprattutto nei padiglioni commerciali, sotto forma di gadget generici. La novità era che fossero entrati nello spazio destinato agli autori.
La reazione è stata rapida. L’illustratrice Veronica Villa ha lanciato su Change.org la petizione “STOP GEN AI alle fiere del fumetto!”, che chiede agli organizzatori tre cose: regolamenti espositivi aggiornati, aree autoproduzioni riservate agli autori umani e trasparenza verso il pubblico. Ad oggi ha superato le 9.000 firme (lo citiamo Vegeta? E si dai, citiamolo). Il caso è stato raccontato anche dal creator Corviskiddo in un video su YouTube.
Dentro questa storia però ci sono almeno tre questioni diverse, che spesso finiscono tutte nello stesso calderone. Vale la pena separarle.
Questione n. 1: usare l’IA è legale?
Sì. Nessuna legge italiana o europea vieta di creare immagini con un generatore e di venderle.
C’è però un dettaglio non di poco che va considerato. Con la legge 132/2025, in vigore dal 10 ottobre 2025, l’Italia ha modificato l’articolo 1 della legge sul diritto d’autore: oggi sono protette le opere “dell’ingegno umano” di carattere creativo. Le opere realizzate con l’ausilio dell’IA possono essere tutelate se il risultato è riconducibile al lavoro intellettuale di una persona. Un’immagine prodotta interamente da un software invece resta senza tutela.
Tradotto: chi vende immagini generate da un prompt, in molti casi, non ne è nemmeno l'”autore” dal punto di vista legale.
Questione 2: dire che è fatto a mano
Qui si passa al problematico. L’articolo 21 del Codice del consumo considera ingannevole una pratica commerciale che dà informazioni false, o comunque idonee a trarre in inganno il consumatore medio, su una serie di elementi. Tra questi, alla lettera b), c’è espressamente il metodo di fabbricazione del prodotto. Serve anche che l’inganno possa spingere a un acquisto che altrimenti non si sarebbe fatto.
Un cartello “disegnato da me” su immagini generate, in un’area chiamata “autoproduzione”, rientra perfettamente nello scenario che la norma vuole evitare. Poi certo, a valutare i singoli casi dovrebbe essere l’Autorità garante del mercato, non la community. E qui si vuole condannare la gogna mediatica e ridimensionare il tutto: dei portachiavi fatti con l’ai non saranno il motivo di scandalo o di azione di qualsiasi entità per risolvere la controversia. Oltretutto, si può sbagliare finché non si sviscera la tematica ancora non popolarmente diffusa. Nonostante tutto, il nocciolo della questione risulta comunque netto: l’uso dell’IA non è un illecito, nasconderlo a chi compra può esserlo.
3: da dove vengono quelle immagini
La terza questione è la più grande, e va ben oltre le fiere: su cosa sono stati addestrati i modelli generativi? Su enormi quantità di immagini raccolte online, tra cui milioni di opere di illustratori reali.
In Europa oggi funziona così:
- la direttiva UE 2019/790 consente l’estrazione di testi e dati (text and data mining) anche a fini commerciali, a meno che il titolare dei diritti non si sia opposto in modo esplicito, per esempio con strumenti leggibili dalle macchine. È il cosiddetto opt-out;
- l’AI Act, all’articolo 53, obbliga chi sviluppa modelli di uso generale ad adottare una policy sul diritto d’autore che rispetti quegli opt-out, e a pubblicare una sintesi dei contenuti usati per l’addestramento;
- in Italia la stessa legge 132/2025 ha introdotto l’articolo 70-septies nella legge sul diritto d’autore, che ribadisce questi limiti.
Il punto debole è che l’onere ricade sugli autori: sono loro a dover dire “no”, e verificare se le proprie opere siano finite in un dataset è tutt’altro che semplice.
Per questo EGAIR (European Guild for Artificial Intelligence Regulation) chiede di ribaltare la logica. L’associazione è nata nel 2023 su iniziativa del fumettista Lorenzo Ceccotti (LRNZ) e di MeFu, e oggi riunisce artisti, editori e associazioni di diversi Paesi europei. La richiesta è che le opere si possano usare per l’addestramento solo con il consenso preventivo di chi le ha create, o con una licenza. EGAIR peraltro non si dichiara contraria alla tecnologia: contesta il modo in cui viene alimentata.
E la fan art, allora?
È l’obiezione più frequente: anche chi vende fan art usa personaggi che non ha inventato.
Vero, e dal punto di vista strettamente giuridico la fan art è quasi ovunque una zona grigia. L’esempio più interessante arriva dal Giappone, patria dei dōjinshi, i fumetti amatoriali spesso basati su manga e anime esistenti, venduti a milioni in eventi come il Comiket. Per la legge giapponese un’opera derivata non autorizzata è una violazione del copyright. Si tratta però di un reato perseguibile solo su querela del titolare dei diritti, e l’industria ha scelto per lo più una tolleranza tacita. Le regole non scritte sono chiare: niente concorrenza al merchandising ufficiale, niente danni all’immagine dell’opera, tirature piccole. Quando questo patto è saltato, i detentori dei diritti sono intervenuti, come nel celebre caso dei dōjinshi Pokémon del 1999.
Questa tolleranza si regge anche su un presupposto implicito: dietro c’è il lavoro di una persona. Nel gennaio 2025 la polizia giapponese ha accusato di violazione del copyright due uomini che vendevano online poster generati con l’IA di personaggi di Evangelion, Yu-Gi-Oh! e altre serie, incassando in totale oltre 15 milioni di yen. Il volume d’affari, e l’assenza di qualsiasi lavoro manuale, li ha messi fuori da quel patto informale.
La differenza, insomma, non è solo legale ma sostanziale: una fan art disegnata è un’interpretazione personale, un’immagine generata no.
Cosa stanno facendo le fiere
Chi organizza una fiera spesso obietta che controllare tutto è impossibile. Alcuni però hanno già scritto regole precise.
- San Diego Comic-Con. A gennaio 2026, dopo le proteste di diversi artisti, la fiera più famosa del mondo ha vietato l’IA nel suo Art Show. Il nuovo regolamento esclude il materiale creato con l’IA “in parte o del tutto”. Fino ad allora le opere generate erano ammesse se etichettate e non in vendita. Secondo The Comics Beat, il cambio di rotta è arrivato in circa 24 ore.
- Romics. Il regolamento della Self Area per l’edizione di ottobre 2026 vieta esposizione e vendita di opere realizzate in tutto o in parte con IA generativa. Chi si iscrive dichiara che i propri lavori non hanno usato questi strumenti in nessuna fase del processo creativo, e l’organizzazione può chiedere bozzetti preparatori, versioni intermedie dei file, file sorgente e foto delle fasi di lavorazione. La merce esposta deve corrispondere a quella dichiarata, pena l’esclusione senza rimborso.
- Lucca Comics & Games. Qui il tema è arrivato da un’altra direzione. Nell’ottobre 2024 un fumetto promozionale per i treni Italo, pubblicato sui canali della fiera, si rivelò generato con l’IA. Dopo le polemiche l’agenzia che l’aveva prodotto si assunse pubblicamente la responsabilità (ne parla anche DrCommodore).
La richiesta della petizione, in fondo, va proprio in questa direzione: non servono “poliziotti dell’arte”, servono regole scritte e una verifica all’ingresso, come avviene già per altri requisiti.
Come si riconosce un’immagine generata (e perché non basta)
Per chi gira tra i banchi, alcuni segnali possono far sorgere il dubbio:
- mani e dita: numero sbagliato, dita fuse o piegate in modo innaturale;
- anatomia: arti di lunghezza incoerente, articolazioni impossibili, volti asimmetrici in modo strano;
- scritte e simboli: testi senza senso, loghi deformati, dettagli che cambiano forma;
- coerenza: accessori, capelli o vestiti che si fondono con lo sfondo, luci che arrivano da direzioni diverse;
- serialità: tante immagini con la stessa “patina” lucida e lo stesso stile, su serie molto diverse tra loro.
Attenzione però: i modelli migliorano in fretta e questi indizi sono sempre meno affidabili, oltre al rischio di accusare ingiustamente chi disegna davvero. Il metodo più solido è quello scelto da Romics: chiedere il processo (schizzi, file di lavoro, fasi intermedie), cosa che per un autore è facile e per un generatore no.
Criticare sì, linciare no
C’è infine un aspetto che non si può ignorare. Dopo il caso di settembre, la persona che gestiva lo stand è stata sommersa da commenti offensivi. Segnalare un comportamento scorretto, fare critica costruttiva, chiedere spiegazioni, pretendere regole chiare dagli organizzatori: tutto legittimo. Insultare, organizzare campagne d’odio, trasformare una persona in un bersaglio: no.
Una battaglia per la trasparenza e il rispetto del lavoro altrui perde forza quando chi la combatte rinuncia al rispetto per primo.
Una questione di fiducia
Alla fine la domanda di partenza ha una risposta abbastanza semplice. In una selfarea si può vendere molto, a seconda delle regole della singola fiera. Quello che non si dovrebbe mai fare è dire una cosa falsa a chi compra.
Le fiere del fumetto vivono di un patto di fiducia tra chi espone, chi organizza e chi paga il biglietto. Scrivere regole chiare sull’intelligenza artificiale, qualunque esse siano, è il modo più semplice per non romperlo.





